La Grotta delle Fate

Situata quasi in cima al Bricco Peagna, vi si accede da un breve ma ripido sentiero che inizia poco prima del primo ponte romano, il Ponte delle Fate appunto; alla grotta vi si può giungere anche dall’altopiano delle Manie, percorrendo un sentiero nelle vicinanze dell’Arma omonima.
Il suo ingresso è costituito da una grande e luminosa apertura protetta da un muretto a secco e da una grata in ferro. La grotta presenta nella parte interna, tre saloni ampi collegati tra loro da stretti cunicoli, dove ci sono concrezioni stalattitiche e sul pavimento accumuli di blocchi lapidei crollati dal soffitto.
Tra i primi esploratori della grotta possiamo citare il navigatore genovese Enrico D’Albertis (vedi scheda nel sito) e il geologo genovese Arturo Issel pionieri delle ricerche nel Finalese, accompagnati da Padre Gian Battista Amerano, professore al Liceo Ghiglieri di Finale Ligure e ricercatore che più di altri si dedicò a questa grotta, occupandosi dello scavo e descrivendo minuziosamente tutte le modalità delle scoperte e la natura dei terreni presenti in questa cavità.

La caverna delle Fate fu nota ai vecchi ricercatori come un immenso giacimento paleontologico dell’Orso Speleo (Ursus Spelaeus) i cui resti venivano con gran frequenza estratti dal deposito come mostrano oggi quasi tutti i musei preistorici nazionali ed esteri che anno materiali paleontologici provenienti da questa grotta. La caverna infatti nella metà 1800 era conosciuta come un immenso cimitero di migliaia di scheletri dell’Orso delle Caverne, suo abitatore quasi esclusivo. Questo animale, di circa un terzo più grande dell’orso bruno attuale, trascorreva nelle grotte il letargo e spesso qui vi morivano gli individui più deboli e giovani.
Con i mutamenti climatici che segnarono la fine dell’ultima glaciazione, anche l’orso delle caverne, come altre specie si estinse.
Nel 1982 il Prof. G. Giacobini, giovane antropologo torinese, identificò tra i vecchi materiali paleontologici di Padre Aleramo tre frammenti ossei riferibili all’Uomo di Neandertal fra i più antichi esistenti in assoluto in Europa (frontale e mandibola di un bambino di 8-9 anni e mandibola di adulto con un periodo cronologico di appartenenza che va da 75000 a 82000 anni)
Questa importante scoperta ha indotto la Soprintendenza Archeologica della Liguria, il Civico Museo del Finale, l’Institut de Palèontologie Humaine di Parigi e l’Istituto di Anatomia Umana di Torino ad organizzare, a partire dal 1983, delle campagne di scavo nella grotta allo scopo di individuare altri possibili resti.
Al termine dell’ultima campagna (1987) il numero di reperti presenti è salito a 15,rappresentati soprattutto da denti isolati e da qualche frammento che è stato possibile ricongiungere a quelli della prima scoperta.
L’insieme antropologico finalese riveste notevolissima importanza in quanto non sono solo gli unici reperti liguri, ma anche il più ricco repertorio di fossili umani neandertaliani d’Italia.
Pur essendo presenti dei resti umani, gli scavi hanno evidenziato però che la caverna non fu mai veramente abitata dall’ uomo di Neandertal in quanto il 90% dei resti ossei estratti si riferiscono alla specie Ursus Spelaeus


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